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16.11.2011
Troppe informazioni bombardano il nostro cervello e la memoria vacilla. Una ricerca dell’Università della California mette sotto accusa il multitasking: piuttosto che rendere più produttivi ed efficienti, seguire contemporaneamente e con varie interruzioni più attività non fa che diminuire la concentrazione e la capacità di stabilire le priorità, aumentando lo stress e danneggiando le prestazioni della memoria a breve termine. Una problematica questa che coinvolge soprattutto adulti e anziani, privi dell’elasticità mentale di cui danno prova soggetti più giovani, meglio a loro agio con tablet, notebook e smartphone. «Stiamo esponendo i nostri cervelli a nuovi ambienti chiedendo loro di fare cose per le quali non sono necessariamente evoluti. E si vedono già le prime conseguenze», afferma Adam Gazzaley, neuroscienziato dell’Università della California, autore dello studio pubblicato sui «Proceedings of the National Academy of Sciences».
Con l’ausilio della risonanza magnetica per immagini gli studiosi hanno valutato l’attività delle varie aree cerebrali in 20 over 60 e in altrettanti venticinquenni, messi alla prova con test di memoria in cui dovevano ricordare dettagli di scene naturali e di volti di persone sottoposti alternativamente alla loro attenzione. Gli esperti hanno dunque osservato che, negli anziani, le regioni cerebrali deputate all’elaborazione delle informazioni contenute nelle scene rimanevano «accese» anche quando gli autori interrompevano il test chiedendo di tenere a mente i particolari dei volti. «È la scarsa capacità di accendere e spegnere un’area funzionale del cervello con sufficiente rapidità secondo la situazione – continua Gazzaley – che sta alla base dell’effetto negativo del multitasking sulla memoria a breve termine negli anziani».
Si tratta di uno studio, concludono gli autori, che oltre a evidenziare il difficile rapporto tra multitasking e invecchiamento, apre nuovi spiragli di comprensione sul deterioramento negli anni dei processi mnemonici: l’auspicio è quello di poter agire efficacemente su questi meccanismi, con l’ausilio magari di nuovi farmaci e sostanze, al fine di preservare il più a lungo possibile l’integrità delle funzioni cerebrali e della memoria.
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